giovedì 9 giugno 2016

Un Mare di Poesia 2016

Lido di Ostia, 4 giugno 2016

In scena la poesia! La poesia più sincera e pura, quella pensata, sognata, scritta dai bambini.
Al Teatro del Lido di Ostia si è ascoltata la voce dei ragazzi sui temi più diversi: amore, pace, solidarietà, amicizia e sogno. Le piccole mani che hanno composto questi versi hanno firmato istanti di palpabile incanto offrendo al pubblico presente spunti di riflessione e attimi di commozione. A questo aggiungiamo le distanze che hanno voluto colmare le famiglie dei piccoli finalisti della VIII edizione di Un Mare di Poesia: praticamente tutta Italia e un premiato partecipante da Atene!!!
In questi nostri tempi, moderni e tecnologicamente avanzati c'è ancora posto per la fantasia e l'immaginazione ma soprattutto c'è ancora posto per la poesia. Un'occasione di crescita consideriamo, tra le altre mirabili cose, questo Premio Internazionale di poesia per bambini, un concorso serio e onesto, che consente ai giovanissimi di esprimersi divertendosi e agli adulti di comprendere fino in fondo le potenzialità dei ragazzi, troppo spesso inascoltati o ignorati.

Agli organizzatori il merito di averci sempre creduto, ai ragazzi, ai genitori e alle scuole intervenute il merito di partecipare e sostenere questo Premio. A chi scrive di cultura il demerito di non sottolineare a dovere l'importanza di questa realtà.
Vince Silvia Cucuzza di Sermoneta ( Lt )
Seconda classificata Valentina Fornoni di Bergamo, termina il podio Emanuela Schimicci da Palermo. Quarti pari merito tutti gli altri piccoli, straordinari protagonisti di questa finale:
Attianese Silvia – Torremaggiore (Foggia)
Bondesan Stefano – Foggia
Brisco Elena Maria – Foggia - premio ex aequo SIMONA RAVANO
Caforio Mirko – Bergamo
Campaniello Francesca – Ortona (Chieti)
Corriga Angelica – Roma
D’Apuzzo Chiara Rita – Sant’Egidio del Monte Albino ( Salerno ) - Premio ALESSIA PIOMBO
Di Nocera Flavia – Napoli
Fall Assane – Sondrio
Gutierrez Hector Martìn – Madrid Spagna
Loudiy Fatine – Sant’Egidio del Monte Albino ( Salerno )
Managò Veronica – Roma
Marinelli Angelo – Marzabotto (Bologna )
Massari Laris – Bolsena (Viterbo)
Muha Elena – Torino
Nerantzi Marta – Atene Grecia
Russello Ilenia – Agrigento
Russo Federico – Tivoli ( Roma ) - premio ex aequo SIMONA RAVANO
Salvucci Maria Stella – Rieti
Sarno Carlo Pio – San Marzano sul Sarno ( Salerno )
Sparagna Gabriele – Gaeta ( Latina )
Subbacchi Perla – Perugia
Tedesco Mattia – Roma
Vasileiou Nicolò – Atene Grecia

lunedì 21 marzo 2016

I poeti lavorano di notte 

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,         
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.






GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

La Giornata mondiale della poesia cade ogni anno il 21 marzo, primo giorno di primavera (anche se la data dell’equinozio non è così precisa come vuole la tradizione). Tale Giornata è stata istituita dall’UNESCO per riconoscere alla poesia un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo tra le culture, della comunicazione e della pace.
Nel celebrare questa Giornata mondiale della poesia 2016 Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO,si ricollega a William Shakespeare, di cui quest’anno ricorrono i quattrocento anni dalla nascita, e lo fa citando un passo di Sogno di una notte di mezza estate: «L’occhio del poeta, rapito dal suo bel delirio, dirige lo sguardo dal paradiso alla terra: e, come la fantasia riesce a dar corpo alle cose sconosciute, la penna del poeta le traduce in forme e concede a un nulla fatto d’aria un luogo dove vivere e un nome». Per Bokova, «l’Unesco riconosce il valore della poesia come simbolo della creatività della mente umana. La poesia contribuisce all’espansione della nostra comune umanità e aiuta a rafforzarla, a renderla più solidale e più cosciente di se stessa». Inoltre, «le voci che trasmettono la poesia contribuiscono a valorizzare la diversità linguistica e la libertà d’espressione. Collaborano nello sforzo mondiale a favore dell’educazione artistica e alla diffusione della cultura».
«A volte – continua Irina Bokova nel suo messaggio per la Giornata mondiale della poesia 2016 – la prima parola di una poesia è sufficiente per recuperare fiducia dinanzi le avversità e trovare il cammino della speranza dinanzi alla barbarie. Nell’epoca dei robot e dell’immediatezza estrema, la poesia apre uno spazio di libertà e avventura nei confronti della dignità umana. Ogni cultura ha la propria arte poetica e la utilizza per trasmettere conoscenze, valori socioculturali e una memoria collettiva che rafforza il mutuo rispetto, la coesione sociale e la ricerca della pace».
Infine, sostiene Bokova «la poesia ha la capacità di unirci, indipendentemente dalle origini o dal nostro credo, per mezzo di quello che di più profondo ha l’umanità».


giovedì 17 marzo 2016

DAL MEDIOEVO AL MADE IN ITALY




Dai tessuti lucchesi a quelli veneziani e genovesi, dagli avori medievali degli Embriachi alle invenzioni dell’oreficeria milanese del Cinquecento, dalle armature lombarde ai bronzetti che diffusero il gusto per l’antico, fino alle maioliche di Faenza poi note in Francia come faïences.
Creazioni che ispirandosi al rapporto con l’antico che connotava l’arte italiana, attinsero alle più avanzate invenzioni delle arti cosiddette maggiori e costituirono il tramite più rapido della diffusione nel mondo dei modelli iconografici e stilistici elaborati in Italia.
Alla Reggia di Venaria Reale, dal 19 marzo al 10 luglio, una mostra che rintraccia quei momenti straordinari della produzione artistica italiana in cui qualità, capacità di innovazione e eccellenza artistica si sono uniti per produrre beni che, riconoscibili per il loro stile e diventati di moda, sono stati esportati nel resto d’Europa.
Per l’ampiezza della diffusione delle opere, la mostra coinvolge diversi prestatori in Europa.

PERIODO

Sabato 19 Marzo 2016 / Domenica 10 Luglio 2016
Chiuso: Lunedì

ORARI

Lunedì:ChiusoMartedì:9:00-17:00Mercoledì:9:00-17:00Giovedì:9:00-17:00Venerdì:9:00-17:00Sabato:9:00-18:30Domenica:9:00-18:30

PREZZO

€ 12,00 Intero 
€ 10,00 Ridotto gruppi di minimo 12 pax; maggiore 65 anni 
€ 3,00 Ridotto scuole 
€ 0,00 Gratuito minore 6 anni; possessori di Abbonamento Musei; Possessori Royal Card 

anche

mercoledì 16 marzo 2016

Shakespeare per i rifugiati: "Barbaro e disumano è chi li respinge"




"Vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli, arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto". Sembra una descrizione attuale del dramma dei rifugiati. E' invece un'accorata difesa dei diritti di chi fugge da fame, guerre e persecuzioni scritta più di 400 anni fa da William Shakespeare, riscoperta in questi giorni proprio sull'onda dell'attenzione internazionale sulla crisi dei migranti. Il passaggio è contenuto nel manoscritto del "Sir Thomas More". Il dramma non è mai stato rappresentato ed è sopravvissuto in un’unica copia: si tratta dell’ultimo testo scritto a mano dal celebre poeta conservatosi fino ai nostri giorni. Oggi che la British Library ha digitalizzato e caricato online il "Sir Thomas More", insieme ad altre 299 manoscritti, se ne è riscoperta l’attualità. "Immaginate di vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli, arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto", recita uno dei passi del secondo atto. Shakeaspeare si riferisce ai tanti francesi protestanti che in epoca elisabettiana chiedevano asilo in Inghilterra: il numero sempre crescente di questi stranieri portò alla nascita di proteste anti-immigrazione nella città di Londra. Rileggendo quelle parole oggi, però, è impossibile non pensare ai migranti che dalla Siria e dal Nord Africa rischiano le loro vite per raggiungere l’Europa. William Shakespeare tenta, nelle sue pagine, di creare una certa empatia tra il suo pubblico e gli stranieri. Chiede agli spettatori di immaginare se stessi nella situazione di queste persone. "Se il Re vi bandisse dall’Inghilterra dov’è che andreste?", chiede il poeta. "Che sia in Francia o Fiandra, in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo, anzi, ovunque non rassomigli all'Inghilterra, orbene, vi troverete per forza a essere degli stranieri". E poi continua, rivolgendosi ancora a chi attacca i migranti: "Vi piacerebbe allora trovare una nazione d'indole così barbara che, in un'esplosione di violenza e di odio, non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole, vi scacciasse come cani, quasi non foste figli e opera di Dio, o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere, ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste di essere trattati così? Questo è ciò che provano gli stranieri. Questa è la vostra disumanità". È incredibile accorgersi che un testo scritto 400 anni fa possa essere tanto attuale, ma queste parole confermano l'immortalità di William Shakespeare. Il poeta inglese parlò di sentimenti universali, in cui i lettori possono riconoscersi a distanza di secoli: l'amore, l'odio, la vendetta, la gelosia, la pietà. Il manoscritto di Sir Thomas More, che sarà mostrato al pubblico il prossimo 15 aprile in occasione di una mostra alla British Library dedicata a Shakespeare, è l’ennesimo esempio di come la storia si ripeta: le migrazioni sono sempre esistite, causando gli stessi sentimenti in ogni epoca

Dario Fo: sono un ateo di Dio
che forse mi sorprenderà





Diciamolo subito. Se avete in mente il Bonifacio VIII del Mistero buffo, che diceva «attento te...» e mimava di inchiodare per la lingua chi gli pestava il mantello; o il famoso remagio «negro, ma così negro come non s’era mai visto un negro», che per tutto il viaggio verso la grotta cantava «Occhebèl ch’è andare sul camèl» mentre «el remagio vecio ghe urlava basta, bastaaa!»; o il gramelot sulle piume dell’arcangelo Gabriello, o l’ironia su Caino e Abele che in realtà il cattivo era buono eccetera: ecco, allora sappiate che questo libro su Dario e Dio scritto a quattro mani da Dario Fo con la giornalista Giuseppina Manin (Guanda) non potrà mai eguagliare il riso profondo che il premio Nobel ha saputo regalarci da mezzo secolo in qua recitando quei testi in teatro.
Ma se siete curiosi di scoprire qualcosa sull’anima intima, le certezze ma anche i dubbi, le paure ma anche l’incantamento di fronte all’universo, di un «ateo convinto» che compirà 90 anni tra 12 giorni, allora leggetelo. Forse resterete sorpresi come lui quando a volte — dice — cammina in un bosco o guarda la meraviglia del cielo: «No che non esiste. Non ci credo. Però...».
Perché l’altra cosa che si può subito dire è che Dario Fo ci avrà anche scherzato tanto ma, forse proprio per questo, di cose su Dio un po’ ne sa. Le prime delle quali imparate quando suo papà Felice, il ferroviere, e sua mamma Pina, la contadina, per quanto «atei e laici fino al midollo», lo avevano spedito a catechismo dal parroco di San Giano, Varese, dove lui era nato e cresciuto: battesimo, comunione, cresima. Un tipo di prete che era meglio perderlo che trovarlo, ricorda Dario. Ma una esperienza che, specie riletta tanti anni più tardi, un segno deve averlo lasciato.
E specialmente quando poi di preti, racconta ancora lui, ne ha conosciuti altri e ben diversi: come «don Andrea Gallo, il prete dei tossici e dei poveri, con cui eravamo amici veri». O David Maria Turoldo e padre Camillo De Piaz, con quello «spazio sulfureo che avevano creato a Milano in Corsia dei Servi e dove tutti, credenti e non, si riunivano a discutere». Fino a papa Francesco: «Un rivoluzionario» come «non s’era mai visto» e che «sta davvero cambiando il volto della Chiesa».
Gli dedica diverse pagine, il premio Nobel, al Papa argentino. Quello che «nega di essere comunista e dice che l’amore per i poveri è una bandiera del Vangelo prima che del marxismo, e sarà anche vero, però chi se lo ricordava più?». Ma soprattutto il Papa dell’enciclica Laudato si’ in difesa della Natura: un «prodigio che manda in crisi anche un ateo convinto come me». E traduce: «Se Dio non c’è chi è questo essere così geniale che in ogni momento ti lascia a bocca aperta?». Un’invenzione? Può darsi: anzi «la più grande invenzione della storia, come diceva Voltaire». Ma «uno così, beh, o ci fai uno sghignazzo» o alla fine «ti siedi davanti a Lui (maiuscolo nel testo, ndr) e gli dici: adesso parliamone».
Dopodiché, a parte la filosofia, c’è soprattutto la vita. Il coro dei piccoli cantori. Il nonno Bristìn che portava Dario nei campi e gli faceva tenere le redini del cavallo fino a quel grande albero di susine «e io, piscinìn che ero, pensavo: questo deve essere il paradiso terrestre». Poi certo: le Scritture, le donne, il Purgatorio. Gesù e la bellezza: «Un dono divino che Gesù era il primo ad apprezzare. Credo che lui stesso fosse bello. Uno sguardo che non ti mollava. Sapeva creare l’ascolto»: il più straordinario dei poteri, dice il giullare. E ancora, Gesù che svuota l’Inferno: «Il che non vuol dire che il Male la fa franca. Chi fa il male vive male, la sua pena la sconta già qui».
E la morte, naturalmente. «Non la corteggio, faccia con comodo. Ma non la temo». Detto questo «l’idea di una fine eterna, sparire per sempre, è insostenibile per la mente umana. Sappiamo che sarà così. Siamo polvere, mi dice la ragione. Ma poi... la fantasia, l’estro, la follia mi danno altre visioni. Che dire? Spero di venir sorpreso». Pregare no?
Lui all’inizio minimizza: «Da bambino lo facevo. Da ateo non mi parrebbe corretto». Ma poi tira fuori una definizione che è pari pari quella di Sant’Ignazio: «La preghiera è dialogo». E di questa cosa, dice, l’uomo ha bisogno fin dall’inizio dei tempi. «Io — confida, ed è uno dei due squarci più belli del libro — parlo con mia madre. Che faceva lo stesso con la sua». E racconta di quella volta in cui l’ateissima Pina, quando l’altro suo figlio Fulvio era caduto in un pozzo sperduto ed era praticamente morto, prese a «invocare disperatamente proprio mia nonna, a sua volta morta da tempo: “Salvamelo! Salvamelo!”. E dalla notte spuntò una moto. Il medico. Mai saputo come mai passava di lì. Ma Fulvio fu salvo».
Infine lo squarcio più alto. Che in realtà attraversa il libro intero del vecchio Dario e ne è forse la ragione più profonda. E ha il nome di sua moglie Franca Rame. Polvere, va bene. «Ma quando mi ritrovo ingarbugliato e non so come cavarmela mi viene istintivo sussurrare: Franca aiutami». Il nulla, d’accordo. «Però l’idea di ritrovarmi con Franca in un giardino, lei e io mutati in due begli alberi, il suo magari con le foglie dorate come erano i suoi capelli... sarebbe bellissimo. Se un qualcosa dovesse esserci vorrei che fosse così».

Pape Satàn Aleppe

Cronache di una società liquida

di Umberto Eco




"Dal 1985 pubblico sull'"Espresso" La Bustina di Minerva. Ne sono state raccolte molte in "Il Secondo Diario Minimo" e poi "La bustina di Minerva". Dal 2000 a oggi ne rimanevano moltissime, ho scelto quelle che potevano riferirsi al fenomeno della "società liquida" e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell'apparire etc.. "Cronache di una società liquida" è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione "slogan", il titolo sarà "Pape Satán Aleppe", citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza "liquida" per caratterizzare la confusione dei nostri tempi." (Umberto Eco)

lunedì 14 marzo 2016

Luca Rotondo – Metropolitan Lullabies



“Metropolitan Lullabies” è il progetto fotografico vincitore della dodicesima edizione del Premio Amilcare G. Ponchielli. Il Premio è organizzato e sostenuto dal 2002 dal G.R.I.N. (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale.
Daniela Hamaui, direttore editoriale dei periodici de La Repubblica e presidente della giuria composta da Maurizio Zanuso (Galleria Bel Vedere), Alessandro Grassani (fotografo e vincitore del Premio Amilcare G. Ponchielli 2014), Mariuccia Stiffoni Ponchielli e i tre membri del GRIN (Laura Incardona, Mariella Sandrin e Alfredo Albertone), ha premiato quest’anno Luca Rotondo.
La motivazione firmata da Alfredo Albertone: “Nel guardare il lavoro di Luca Rotondo siamo rimasti colpiti per la precisione e forza delle immagini. Metropolitan Lullabies racconta una città ben nota a tutti noi milanesi, se volete una realtà vista e forse stravista ma che mostra con umanità, discrezione e garbo gli homeless, i senza casa… “fantasmi” ignorati dai più che molto spesso non li vogliono vedere.  Queste fotografie ben calibrate da un ottimo dominio tecnico sono segnale di grande rispetto umano e dimostrano con buona potenza narrativa il cuore di una città, sempre e comunque ricca, sfavillante anche nella sua notte, vissuta poi da persone che cercano in essa un rifugio non una dimora. In questo lavoro Il centro di Milano con i suoi marmi, le sue architetture, le sue boutiques, il suo benessere diventano “culla” di marmo e cemento degli homeless.
Un racconto visivo quello di Rotondo apparentemente fatto di singole foto, ma che a nostro parere diventano un insieme importante e non ripetitivo, immagini che si legano fra di loro in modo attento dove umanità e architettura divengono un tutt’uno. In questo reportage, una sorta di “ninna nanna” ben raccontata, crediamo di scorgere un segnale forte e moderno di racconto fotografico”.
Luca Rotondo (Milano 1989) dopo studi classici ed economici, comincia a dedicarsi attivamente alla fotografia nel 2010 e tre anni dopo si diploma con il lavoro di tesi e il libro Ipotesi di paesaggio, a cura di Angela Madesani, critica d’arte e storica della fotografia. La sua ricerca artistica si focalizza principalmente sull’indagine del paesaggio, specialmente quello urbano, e nell’ultimo periodo comincia una serie di lavori di approfondimento sul tema del ritratto. Collabora con agenzie di comunicazione, aziende, progettisti e architetti; lavora nel mondo dell’editoria e pubblica su Interni Magazine, Domus, Living, IO donna, D di Repubblica, Planum e Fotografi. Nel 2015 si dedica a lungo al tema EXPO, producendo diversi reportage sull’argomento e operando come fotografo ufficiale del padiglione Russia e collaborazioni esterne con Cina, USA e Regione Lombardia. Nel 2015 vince la XII edizione del Premio Amilcare G. Ponchielli indetto dal G.R.I.N. (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale) con il progetto Metropolitan Lullabies. Sono diverse le sue partecipazioni a mostre personali e collettive e alcune sue opere fanno parte della collezione Bracco.
Inaugurazione giovedì 31 marzo 2016, ore 18-21
Bel Vedere fotografia – Milano, via Santa Maria Valle 5
tel+fax 02.6590879 – belvederefoto.it – facebook.com/belvederefotografia
da martedì a sabato, ore 15-19, ingresso libero


POESIA E' VITA

Con una delle immagini più folgoranti che si ricordino, Robert Frost ha definito la poesia come «una stasi momentanea contro la confusione». Se prendiamo questa definizione come nostra guida, possiamo subito dire che una poesia non costituisce affatto il superamento dello stato di contraddizione, di provvisorietà, d’insipienza, di continua ricerca, che contraddistingue come tale la condizione umana. Di questo orizzonte la poesia fa anzi integralmente parte, dalla minime particelle costitutive, alle più complesse architetture della significazione, ai prolungamenti più smisurati dell’immaginario. La sua virtù è invece un’altra: quella di dare voce e forma e, dunque, di porre in luce quella stessa condizione, di darle risalto, di metterla a fuoco. Leggendo una poesia, e tanto più una grande poesia, non si esce affatto da questo mondo e dalla condizione-uomo. Al contrario, la si può scoprire e insieme riconoscere come propria a tutti gli effetti. Quel di più a cui la parola poetica può dare adito, non porta oltre ma potenzia, cioè fa sentire più vivo, il qui. «La parola: il cielo più basso — più vicino — della terra», ha scritto Marina Cvetaeva.
Esiste una lunga serie d’immagini della poesia, o meglio di ogni singola poesia, offerte proprio dai poeti, che convergono in modo piuttosto eloquente sull’idea di una fisionomia unica e irripetibile e, insieme, di una comune appartenenza alla specie, ovvero alla sorte comune dell’uomo. Montale, ad esempio, amava pensare alla sua poesia come al nodo nel legno. Bertolucci la sentiva invece coincidere con un’aritmia, cioè con una pulsazione anomala, un battito irregolare del cuore (la sua Poetica dell’extrasistole è uno dei testi di autocoscienza creativa più spettacolari ma anche più precisi che sia dato leggere). Celan pensava invece a una svolta del respiro, e dunque a un’interruzione, a un’inversione, proprio come accade nella costruzione di un verso. Benn, invece, la vedeva simile in tutto e per tutto a un’impronta digitale. Si vede subito come queste metafore comportino tutte un elemento di particolarità e uno di generalità. Esiste una fisionomia, un volto, quello appunto di una poesia, dai tratti assolutamente singolari, eppure questa configurazione, questa forma si giustifica soltanto come parte o momento di qualcosa di preesistente e di dato che ne consente l’esistenza.
Tra particolare e generale, ma potremmo anche dire tra finitudine e assoluto: la partita della poesia si gioca proprio qui. L’importante è comprendere che non si dà una possibilità senza l’altra, che non può darsi il nodo senza il legno, un’aritmia senza un battito cardiaco, una svolta del respiro senza il respiro stesso. Certo però, visto che si tratta di lingua, c’è in ogni caso qualcosa che improvvisamente si fa sentire, che diventa una cadenza, una forma precise, evidenti, riconoscibili, eloquenti. Quelle e non altre, insomma. Da questo punto di vista credo che non si sottolineeranno mai abbastanza i tratti idiosincratici di una poesia. Penso alla particolare forza d’incarnazione della sua lingua, a quel suo essersi definita — e chissà per quali strane vie, tra la volontà e l’imprevedibilità delle circostanze, tra la forza della predestinazione e l’accidentalità più assoluta — così e non altrimenti, alla sua riottosità e alla sua resistenza a ogni tentativo di alienarla dalla sua peculiare sostanza fisica. Si rinnova ogni volta qualcosa di primordiale, di ancestrale, di violento, in questo attaccamento tellurico della poesia, in questo suo possedere e al contempo essere posseduta dalla lingua in un modo irreversibile, irrimediabile. Credo che Pasolini pensasse a questo quando diceva che la poesia non è consumabile. Non può essere espropriata, portata via da se stessa, sottratta al particolare legame tra parole e cose su cui si fonda. Non è fatta, in sostanza, per l’uomo nella sua veste abituale di consumatore.
La copertina del primo volume
La copertina del primo volume
In fondo i grandi testi della tradizione poetica, i libri di poesia degli autori a cui sempre si può fare ritorno, sono proprio quelli in cui questo patto di determinazione reciproca tra la lingua e la vita si è realizzato nel modo più stringente, più forte, più necessario. Nel modo, direi, più incontrovertibile. Il fatto ha per me ogni volta del prodigioso. Esattamente come lo ha la frase che tante volte, leggendo e rileggendo poesie che ci possono accompagnare per una vita intera, ci si trova inevitabilmente a ripetere: «Certe cose non si potevano che dire in questo solo modo». Si tratta in realtà di un’affermazione tutt’altro che banale, perché non fa che prendere atto della particolare giustizia che ha presieduto alla creazione di una poesia, e che il tempo non può modificare o tanto meno cancellare. La poesia degli autori cosiddetti classici possiede in sommo grado questa virtù, questa assenza di arbitrio lì dove pure tutto dovrebbe essere arbitrario e contestabile, questa superiore fondatezza. Per questo si può correre e ricorrere ai loro versi ogni volta come fosse la prima. Questa giustizia, giustizia poetica, mantiene fresca nel tempo la loro lingua. «Parole», ha scritto Wallace Stevens, «di una proprietà talmente perfetta da privarle di tutta la loro verbosità». Bene, la parola poetica non è una proprietà, bensì qualcosa che in se stessa, nella sua costituzione intrinseca, è appropriata.
Torno però da dove sono partito. La poesia non supera, non scioglie o risolve le nostre contraddizioni, quanto permette di vederle. Per un verso c’è dentro, perché essa stessa ne è costituita, per l’altro ne è fuori, perché consente di fermarle e di fissarle. Questo vale un po’ per tutte le antinomie antropologiche fondamentali, che nella poesia hanno sempre trovato un punto eccellente se non originario d’esposizione: realtà e immaginazione, veglia e sogno, particolare e universale, forma e contenuto, e via dicendo. Una poesia è tanto più viva quanto più tutto il suo corpo linguistico è posto in tensione o anche, come diceva Ezra Pound, «sotto pressione». Le sue componenti si trovano in un apparente stato di quiete, ma solo perché possano vedersi brillare, cioè esplodere, nel più lampante, vivido, eloquente dei modi. Come se in quel flusso delle cose che chiamiamo tempo fosse stata operata una sezione trasversale che consentisse di sentirlo e di comprenderlo meglio. Anche la più eccelsa delle poesie non fa che consegnare ogni volta l’uomo a se stesso. Non prefigura il paradiso, ma l’idea più piena, la più viva, di ciò che siamo.

DAL CORRIERE DELLA SERA